
Proprio ieri ho rivisto in dvd l'episodio de "Le sorelle McLeod" nel quale una delle protagoniste principali, Claire, muore in un incidente stradale.
Lì per lì ho fatto mia la solita frase di cui sopra; successivamente ho sentito un groppo in gola che se non lo lasciavo sfogare probabilmente mi avrebbe ucciso; dopodichè ho aperto i rubinetti e per una buona mezz'ora abbondante non ce n'è stata per nessuno. Praticamente non mi sono più fermata.
Eppure la consapevolezza che è finzione è fortissima, credo che tutti noi sappiamo perfettamente che nessuno muore davvero e che sicuramente mezzo secondo dopo, "Claire", nello specifico, si sarà fatta una risata e forse una ricca bevuta alla faccia nostra.
Nonostante tutto però, facciamo nostro il dolore altrui e ci immedesimiamo a tal punto in quello che stiamo vedendo/vivendo, sembra reale come le nostre lacrime. Prendiamo il film "Titanic", ad esempio: l'ho visto 3000 volte e 4000 ho pianto come una citrulla neanche Jack fosse un mio parente prossimo. Non ci si abitua mai al dolore/piacere dei films che ci appassionano, salvo evitare accuratamente certe pellicole che si appiccicano addosso con tutti i pensieri che ne conseguono. Malttie terminali tipo "Philadelphia", "Il posto dell'anima", "Voglia di tenerezza" e tutti quelli con strazi, agonie e ospedali vari.
In quel caso, "tanto è tutto finto" è vero per metà. La finzione ci sta tutta, ma quando ero più giovane erano tematiche che non mi sfioravano minimamente, oggi invece un po' mi toccano e mi terrorizzano più del dovuto.
E' anche vero però che un bel pianto liberatorio come quello che ho fatto ieri per Claire, a volte è uno sfogo sacrosanto.
Mettiamo in conto che ero da sola, sul mio scomodissmo divano, immersa nelle praterie australiane a piangere la mia eroina preferita: forse ci sarà stato anche qualcosa di meglio da fare, mi sa, ma ieri quello passava il convento era quello e fra un singhiozzo e l'altro me lo sono goduto tutto pensando che, alla fine e per fortuna, "tanto è tutto finto".





